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Hirokazu Kore'eda, l'arte dell'infanzia e della litote

L'infanzia nel cinema di Kore-eda riscrive un percorso estetico riposizionando valori etici. Dal 13 settembre al cinema con Un affare di famiglia, Palma d'Oro a Cannes 2018.
di Marzia Gandolfi

Un affare di famiglia

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Kore'eda Hirokazu (Kore-eda Hirokazu) (56 anni) 6 giugno 1962, Tokyo (Giappone) - Gemelli. Regista del film Un affare di famiglia.
mercoledì 5 settembre 2018 - Celebrities

I film di Hirokazu Kore'eda hanno sempre accordato all'infanzia un'importanza centrale: in qualità di soggetto, bambini abbandonati alla loro sorte (Nessuno lo sa) o separati da un divorzio (I Wish), ma anche in quella di oggetto della discordia, pedine mobili di un gioco di riorganizzazione familiare e di scambi che non si preoccupano della loro individualità (Father and Son). Il suo cinema empatico filma l'infanzia come nessuno. Ogni film fornisce allo spettatore una nuova prova catturando di quella stagione l'innocenza e la scintilla, l'intimità e le sue crepe. Al cuore del suo lavoro ci sono bambini lasciati a se stessi, confusi e confrontati con realtà troppo grandi per spalle troppo piccole. Ci sono adulti che ricollocano in ginecei improvvisati (Little Sister) o in famiglie alternative (Un affare di famiglia) la saggezza acquisita con i torti subiti all'alba della vita.

All'ombra dei ciliegi in fiore o di disastri familiari, la (loro) cognizione del dolore si veste di dignità, guadagnando la forza necessaria per superare il male che l'ha determinata. I suoi bambini grandi reagiscono creando un valore morale assoluto, al di là dei propri interessi e assumendosi la responsabilità di essere loro la "famiglia" per una sorella ritrovata o una bimba 'battuta'.
Marzia Gandolfi

Tra i film dell'autore, Little Sister e Un affare di famiglia costituiscono una sorta di dipoi del suo cinema dell'infanzia, la sua fase post-traumatica, dove un funerale diventa un battesimo e un sequestro una liberazione. Artista ossessionato dall'idea di una riconciliazione dei mondi domestici, i suoi film sondano i misteri dei legami familiari alla ricerca di una riparazione, risalendo la ferita ancestrale. Come? Vivendo, semplicemente. Prendendosi cura l'uno dell'altro. E il miracolo di questi film è la loro disposizione alla felicità a dispetto delle vicissitudini della vita. È lo sguardo di Kore'eda che filma i corpi fino a penetrare il pensiero di individui a cui hanno rubato l'infanzia. Donne e uomini, bambine e bambini le cui vite scorrono adesso quiete nella casa delle sorelle di Little Sister come nell'appartamento affollato di Un affare di famiglia. Almeno fino a quando la trama non rivela il suo rovescio di confusione, disordine e amarezza. Perché nel cinema di Kore'eda, la tenerezza che domina volge sovente in afflizione, il sorriso in malinconia.


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In foto una scena del film Un affare di famiglia.
In foto una scena del film Un affare di famiglia.
In foto una scena del film Un affare di famiglia.

Al debutto di Un affare di famiglia scopriamo una famiglia al di fuori della società ma lieta e partecipe nell'accogliere una bimbetta trascurata a cui dispensare l'amore che le manca. Una famiglia che si sceglie ribaltando la sfortuna a partire da un pullulare di fatti e gesti minuscoli, un contrabbando di azioni e di emozioni che fabbricano la coesione sentimentale di un gruppo improbabile. Un focolare composito e (ri)composto secondo le circostanze della vita in cui ogni piccolo movimento attesta e consolida l'amore che lo abita, senza curarsi delle regole sociali infrante. Il padre ruba e insegna al figlio l'arte del furto, la madre perde il lavoro in fabbrica, la figlia lavora in un peep-show e la nonna cucina tra un ricatto (esistenziale) e l'altro. Sopravvivono tutti in una casa angusta dove regna un eterno caos ma dove a tutti è assicurato cibo, calore e conforto familiare. Se troppo spesso i soldi mancano nelle famiglie di Kore'eda, l'amore ha sempre diritto di cittadinanza.

Puntando il fondamento sociale della rigida società giapponese, il regista si interroga sull'amore liberamente dispensato e le norme giuridiche che pretendono di legittimarlo e legittimare il legame tra le persone.
Marzia Gandolfi

La famiglia che ci offre Kore'eda si è formata spontaneamente, una bande à part precaria, rea e solidale in cui tutti sembrano essere al proprio posto e di cui rivela per gradi le 'verità', misurandola traumaticamente con la realtà, le leggi e i suoi giudici. È allora che Kore'eda solleva il tiro sulla società giapponese conservatrice, è allora che firma un'opera politica. Ma nel solco di Ozu, una battaglia placida senza brandire spade, gli è sufficiente un primo piano, silenzioso e terribile, sulla bambina protagonista per far intendere il suo punto di vista.

Risolutamente schierato, come nel cinema di Naruse, dalla parte dei declassati, dei deboli e dei piccoli. Kore'eda rigenera il cinema e la morale politica, rigettando il dramma sociologico che avrebbe precipitato la sua famiglia in una ridda di giudizi morali e prendendo in contropiede le storie di miseria che non servono a niente senza la costruzione paziente di una 'trascrizione' che trasformi quello che era marginale in motivo centrale. Tutto senza eccedere, in sottrazione, contenendo il valore intensivo delle emozioni nel quadro discreto e anti-spettacolare del quotidiano. L'arte della litote che gli è valsa a ragione la Palma d'Oro.


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