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Etienne Kallos: «Sono un grande estimatore del Neorealismo»

Il regista vincitore del Premio MYmovies-Alice nella Città per la Miglior Opera Prima racconta The Harvesters.
di Paola Casella

domenica 28 ottobre 2018 - Incontri

Non se l'aspettava proprio, di vincere il Premio MYmovies per la miglior opera prima in concorso alla Festa di Roma: Etienne Kallos, sceneggiatore e regista sudafricano di origini greche, l'ha conquistato grazie a The Harvesters, in gara presso Alice nella città, sezione autonoma e parallela della Festa. Eppure il suo film è stato sviluppato con l'aiuto di ben due numi tutelari di prestigio, il Sundance Lab e la Cinéphondation di Cannes, e proprio all'ultimo Festival di Cannes ha partecipato in concorso nella sezione Un Certain Regard.

La giuria del neonato premio, composta dal co-founder e CEO di MYmovies Gianluca Guzzo, l'attore Vinicio Marchioni, la modella e attrice Elisa Sednaoui, il regista Andrea De Sica e lo sceneggiatore e produttore Barry Morrow, premio Oscar per Rain Man, ha scelto il film di Kallos "per il suo stile maturo, personale e cinematografico, oltre che per l'abilità del regista di ritrarre le contraddizioni e le fragilità di una società attraverso la figura emotivamente vibrante di un giovane che lotta contro i cambiamenti che sconvolgono la sua vita e lo costringono ad un tragico addio all'infanzia".


In foto una scena del film The Harvesters.
In foto una scena del film The Harvesters.
In foto una scena del film The Harvesters.

Che effetto le ha fatto vincere questo premio?
È un grande onore, anche perché mi viene assegnato a Roma, e il cinema italiano fa parte della mia formazione come autore. Sono un grande estimatore del Neorealismo, amo Olmi, De Sica e Pasolini, ma anche Dario Argento e il vostro cinema giallo (lo dice in italiano, ndr). Del resto a Venezia nel 2009 ho vinto il Leone d'oro per il miglior cortometraggio, Firstborn: il vostro Paese mi sostiene!

C'è qualche richiamo al cinema italiano in The Harvesters?
C'è il senso di un luogo particolare raccontato da un punto di vista personale. Nel caso di The Harvesters il luogo è il Sudafrica rurale, e ho cercato di riprodurre i ritmi della quotidianità e i rituali legati a quella parte del mondo. Così come il Neorealismo ha saputo raccontare un momento di transizione nella vita dell'Italia, il mio film vuole esplorare il passaggio dalle tradizioni del passato al presente in Sudafrica.

Qual era il suo obiettivo?
Creare una sorta di eulogia di uno stile di vita a rischio di scomparsa. E anche se quello stile di vita non è del tutto encomiabile, ho cercato di non giudicare ma di mostrare le ragioni di tutti, senza fornire facili soluzioni. Per il questo il finale è sospeso: sta al pubblico farsi la propria opinione.

C'è anche una riflessione interessante sulla mascolinità.
Che vuol essere insieme una rivalutazione e una critica. Ho cercato di immaginare che cosa significasse essere un ragazzo all'interno di una cultura patriarcale che sta perdendo potere ma che per gli Afrikaaner ha ancora un valore.

Anche l'adolescenza è un momento di transizione.
Infatti: per questo ho voluto due attori che avessero davvero l'età dei due teenager protagonisti, perché anche i loro corpi rivelano il passaggio dall'infanzia all'età adulta, un momento in cui tutto può succedere. La storia di The Harvesters racconta la ricerca di identità non solo di due ragazzi, ma anche di un Paese, il Sudafrica, emerso da un passato di rabbioso conflitto, ma intenzionato a camminare unito verso il futuro. E le domande che pone sono tante: riusciranno le nuove generazioni a comportarsi meglio di quelle che le hanno precedute? È giusto rottamare i propri antenati in modo drastico e definitivo?

The Harvesters è frutto di una coproduzione.
L'unica al mondo a combinare finanziamenti greci, polacchi, francesi e sudafricani. Il che ha anche significato che il budget per metà arrivasse ai produttori, e solo l'altra metà effettivamente finanziasse il film. Il budget era ridotto all'osso, e ad un certo punto la produzione si è addirittura bloccata: ho dovuto chiedere aiuto a mia madre e agli amici, che per fortuna hanno accettato di darmi una mano.

Perché The Harvesters è girato in lingua Afrikaans e non in inglese?
Perché gli Afrikaaner pensano di non avere il diritto di raccontare la loro storia, e invece io credo sia importante che la raccontino proprio nella loro lingua, che è la più giovane del mondo, e deriva soprattutto dall'olandese. Nel 17esimo secolo si sono rifugiati in Sudafrica i Protestanti olandesi e tedeschi e gli Ugonotti francesi che si erano lasciati alle spalle l'Europa con rabbia e avevano tagliato i ponti col Vecchio Continente.

Lei invece ha origini mediterranee.
Sì, sono sudafricano di seconda generazione, i miei nonni sono emigrati durante la diaspora greca. Sarà anche per questo che sento il vostro Paese così vicino.


LA RECENSIONE
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